"SOLSTIZIO ETERNO" - parte terza -

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Evento fondamentale di questo passaggio è l’incarnazione del Verbo, Dio che si fa uomo. Ancora una volta, nelle immagini che presentano questo tema, il simbolo è costruito sul rapporto tra le due figure geometriche: il cerchio si fa quadrato, lo spirito si fa materia, Dio scende nell’uomo. Sotto il piede di Cristo in trono l’artista medievale ha dipinto l’emblema dell’incarnazione: un quadrato iscritto nel cerchio divino, "Il Verbo si è fatto carne e abita presso di noi". Conseguenza teologica di questo evento è la nascita dei Vangeli, "La trasmissione del libro quadrato". L’antica legge divina dei rotoli ebraici (il cerchio sacro) s’incarna con Cristo nel quadrato del libro, diventa legge terrena per volontà di Dio. Il verbo si manifesta per la prima volta nella storia dell’uomo. Questa novità assoluta mette fine al dramma cui la ricerca di Dio deve errare attraverso innumerevoli cicli (carmi) come dei manoscritti miniati che illustrano il commento del Beatus all’Apocalisse giovannea. Immagine penetrante, sintetica: Dio mette nelle mani dell’angelo il libro quadrato per trasmetterlo ai quattro evangelisti, raffigurati con i simboli del tetramorfo.
La tradizione arcaica racconta la nascita di Roma, centro del mondo: Romolo scava una buca profonda (la fossa), la riempie di frutti, la copre di terra, erige sopra un altare (Ara). Plutarco chiama la fossa Mundus. L’archetipo simbolico di Roma è un quadrato iscritto nel cerchio: l’altare e la fossa sono i due livelli del rapporto cielo – terra, spirito – materia, eternità e storia. A Ravenna, sui mosaici di San Vitale, i vivi del potere imperiale hanno l’aureola quadrata, segno della dignità terrena.
Numerose sono le varianti dei simboli accennati prima. L’incarnazione di Cristo vista nei suoi momenti essenziali – L’Annunciazione, l’incontro con Giovanni il Battista nel grembo di Elisabetta nella scena della Visitazione, la Nascita a Betlemme e il suo Battesimo – conduce all’evento della fondazione della chiesa. Questa viene rappresentata sia come vigna, sia come barca, sia come torre. In opposizione alla Chiesa la sinagoga è raffigurata (sempre fuori dal tempio, in un angolo del portale) come un volto con gli occhi bendati per significare il suo accecamento (in riferimento al fatto che Isaia aveva preannunciato la nascita di Cristo, ma la sinagoga, che pure ricorda questa profezia, non ne vuole sapere e rimane cieca).
Sui lati della navata centrale le due schiere dei capitelli presentano varie categorie di simboli di ordine cosmico, biblico, morale, mitologico, animale, vegetale. Alcuni di questi simboli sono ereditati dalle precedenti esperienze iconografiche del mondo pagano e delle religioni naturali. Fra questi spicca nella mia memoria, per esempio, il Cristo assimilato a Orfeo. E’ penetrante l’analogia col destino dell’eroe orfico: Cristo, come Orfeo, scende nell’inferno della carne (incarnazione) per salvare la sua beneamata Euridice – l’anima umana. La rivalutazione dei miti classici, la loro "cristianizzazione", ha arricchito notevolmente l’iconografia medievale in senso artistico e nei contenuti. A San Clemente in Roma, per esempio, sul mosaico absidale la colomba rinchiusa nella gabbia riprende il mito orfico dell’anima prigioniera del corpo, che fa da sfondo alla grande novità cristiana: uscire dalla gabbia senza spezzare il corpo, senza morire, attraverso l’amore, l’amore cristiano liberatorio. Fra i motivi cosmici al primo posto è il sole. Cristo vi è raffigurato, certe volte sotto le vesti di Apollo, guidando il carro trionfale del sole. "Il suo volto era come il sole quando splende in tutto il suo bagliore" (Giovanni, Apoc.,I,). Cristo come "sol invictus" che non tramonta mai. Il sole è presente in immagini che riguardano lo zodiaco, il rosone, la ruota, la freccia, la spada, l’oro, o certi animali solari: l’aquila, il pellicano, il toro, il cervo, l’ariete, l’agnello, il gallo.
L’albero è un altro motivo cosmico importante, inteso come "albero della vita" e come "croce". Assieme al sole l’albero regge l’intero universo. Nella chiesa l’albero è croce e colonna. Interpretando il sogno di Nabucodonosor, Daniele vede un albero immenso che protegge la vita dell’intera terra. Su un timpano (chiesa di S. Gertrude, Belgio) Simone, eroe solare dell’ebraismo, strappa gli occhi a un leone per impadronirsi della loro forza. A S. Clemente in Roma sulla montagna del paradiso cresce l’albero della vita, da cui emerge la croce. Il suo fogliame riempie l’universo. Sul tronco colombe, i viventi (gli Apostoli): sono le anime salvate. Dalle radici sgorgano i fiumi del paradiso. Due cervi vi si abbeverano. A S. Giovanni in Laterano un cervo uccide il serpente, simbolo di Cristo vincitore sul male.
In alto, nell’abside, regna sul cosmo della chiesa il Cristo Pantocrator, creatore dell’universo, il Cristo in gloria preannunciato già sul portale, il "solstizio eterno" (San Bernardo) sulla volta del Paradiso.
Esteticamente l’arte romanica corrisponde al clima teologico che l’ha generata. Essendo prima di tutto un omaggio a Dio e non all’uomo (inteso come l’uomo "autonomo" forgiato dai vari umanesimi di ieri e di oggi, non più figlio di Dio ma uguale ad esso) essendo quindi un omaggio a Dio le sue coordinate sono l’eternità e l’immobilità nel silenzio. Alano di Lilla l’ha definita "arte in riposo". Un’arte atemporale, al di là della durata, del movimento, restando fuori del tempo, nella contemplazione. "Il cielo e la terra passeranno", dicono i Vangeli, Dio rimane. E’ a lui che si rivolge l’arte romanica. Nel silenzio scolpito della musica gregoriana, l’unità di tutte le arti rende il supremo omaggio al creatore. Questo unisono non si ripeterà mai nella storia dell’Occidente. Lo sviluppo della cultura romanica è durato poco meno di un secolo. L’occidente è cambiato rapidamente, preso dalla febbre di un razionalismo che arriverà alle sue ultime conseguenze nel nostro tempo. Il mondo dei simboli verrà ignorato e dimenticato gradualmente già dal tredicesimo secolo. Nell’arte la sua presenza sarà sempre più formale per diventare nel Rinascimento puro pretesto ornamentale. Nell’arte bizantina dell’oriente cristiano il patrimonio dei simboli verrà coltivato e tramandato fino ad oggi. Certamente i cambiamenti stilistici spettacolari che hanno sconvolto l’arte iconografica in occidente hanno dato il colpo di grazia alla tradizione dei simboli, mentre nelle chiese ortodosse i canoni iconografici sono immutati da secoli, così come immutati sono i modi della musica liturgica. Il colpo mortale dato dalla nuova cultura cittadina rinascimentale alla vecchia cultura popolare ha isolato ancor di più il patrimonio dei simboli. Nell’oriente ortodosso questa cultura popolare è sopravvissuta fino a questo secolo, ma anch’essa si trova oggi in grave pericolo.
Una sintesi fra tradizione romanica e tradizione bizantina per riscoprire i valori originari dell’iconografia cristiana, sarebbe non soltanto logica, ma l’unica strada possibile per riportare alla luce il patrimonio dei simboli. In un mondo in cui la possibilità di influire sullo spirito, quella che comunemente si chiama cultura, è affidata alla grande comunicazione di massa, che chiamerei piuttosto "comunicazione alla massa", in un simile mondo il conflitto tra modernità laica e tradizione religiosa è volutamente alimentato. Perché l’uomo che ritrova dentro di sé la pace e l’armonia con il divino rimane un uomo libero. E l’uomo libero non può essere né strumentalizzato, né comprato. Abbiamo dimenticato il mondo dei simboli, eppure viviamo sommersi in un oceano di segni, prodotti dalla potente e onnipresente macchina della pubblicità commerciale, politica e culturale. Segni che altro non sono che simboli degradati; simboli che non riguardano più la sfera spirituale della vita, bensì la bassa natura dell’uomo. Questa macchina non è stata escogitata per facilitare un avvicinamento tra uomo e uomo, ma per dominarlo, per creargli dei bisogni artificiali e subordinare il suo spirito alla logica della materia, del pragmatismo. Certamente, abbiamo vinto la materia, non l’abbiamo spiritualizzata, non abbiamo rivelato in essa la sua origine divina, l’abbiamo resa ancor più inerte nella sua materialità. Cristianizzare il cosmo, redimere la materia, inclusa quella di cui siamo fatti, non è questa una possibile speranza? Rimettere il quadrato della nostra condizione terrena nel cerchio della condizione divina. Perché, parlando coi simboli, ogni ierofania è un cerchio che si fa quadrato.


Camilian Demetrescu